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Irene Vilar è una donna americana che ha pubblicato un libro dichiarando di aver fatto 15 aborti.

aborto-addict si definisce.

per amore di un uomo.

un uomo professore universitario che non voleva assolutamente figli, ritenendoli negativi per la coppia.

così lei, innamorata pazza, anzichè proteggere il suo corpo e la sua mente, dicide, lucidamente folle, di non usare contraccettivi e di abortire

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bambini mai nati, sacrificati in nome dell’amore per un uomo, usati per punire se stessa (lui ovviamente non faceva neanche un plissè) in nome di una passione smodata

ma fino a dove una donna riesce a farsi del male?

fino a dove arriviamo per l’amore di un uomo?

mi fa una pena infinita, la signora vilar che mi sorride dalla pagina del giornale.

ora sta con un altro uomo e ha

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bambine.

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16 risposte a “1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15

  1. Cristina mi hai lasciato senza parole.
    Con quei numeri hai dato perfettamente l’idea dei vuoti a perdere.
    E del nulla, del dolore.
    Brava.

  2. terribile.
    sono rimasta senza fiato e senza parole.

  3. mi sono immaginata irene vilar distendersi su quel lettino, con le gambe aperte, il braccio teso per farsi infilare l’ago dell’anestesia convinta di non sentire nulla.
    ma non è il nulla quello che ha provato.
    forse zauber,se leggerà, potrà cercare di spiegarci cosa succede nella mente di una donna che per 15 volte, coscientemente, decide di abortire : e non per una questione di sopravvivenza, per punirsi.

    buon giorno….il libro non lo leggerò..

  4. viaggiosenzavento

    che tristezza!

  5. mamma mia che pelle d’oca, e che sofferenza per quella donna!

  6. immagino di farmi mandare a cagare, ma
    mi fa pena un cazzo.
    stai in una relazione, tu vuoi andare in malesia e l’altro no, che fai?
    opzione 1: rinunci ad andare in malesia perchè ritieni che la tua relazione sia per te più importante del tuo desiderio di andare in malesia;
    opzione 2: saluti tristemente l’altro e vai in malesia.
    tertium non fucking datur, mi fa specie che il tizio non l’abbia fatta internare al secondo aborto. sai ho visto davvero troppi bambini feriti, disturbati, rovinati e spezzati da genitori idioti, pazzi, ignoranti e malvagi, in questa storia mi angoscia solo il destino delle due bambine che le è riuscito di fare. povere innocenti.

  7. sapete che pensavo quando ho letto?
    che la misura della nostra pazzia è il limite alla pazzia delle persone che amiamo
    E condivido la considerazione di Laura

  8. Anch’io.
    Con questo non voglio sminuire la tragedia umana che c’è in una vita così.
    Premesso che non mi sento in grado di dare giudizi più di tanto, però credo che la tragedia stia prima dei quindici aborti, non dopo. Voglio dire che evidentemente dietro a tutto questo ci sono ben altri problemi di un compagno che non vuole figli.

    Non si fanno quindici aborti “per amore di un uomo”.

    Per amore di un uomo di prende la pillola controvoglia, o ci si leva la spirale un anno dopo di quando si vorrebbe, anche mia moglie lo fece di fronte ai miei dubbi.
    Ricordiamoci che stiamo parlando di persone probabilmente benestanti e di una certa cultura.

    Con tutte le possibilità di scegliere.

  9. bellapplauso, bravibravi. come se nessuno di voi fosse stato dentro ad una relazione dove il soffrire era meglio che non andar via, o che l’andar via non sia stata una scelta ma un’imposizione venuta dall’alto.
    io, cristina, ho fatto tre figlie tre senza tener conto della volontà dell’altro. le ho fatte quasi da sola, se non per quell’unico spermatozoo sopravvissuto all’avventura. quindi so perfettamente cosa vuol dire prendere la decisione di fare un figlio da sola , allevarlo, mantenerlo, ed essere da sola già nel momento del ritiro delle analisi.
    ma come mi dite sempre voi io sono quasi una rarità, che non ho bisogno di tante manfrine. quindi io fossi stata irene mi sarei sparata 15 figli alla faccia del prof universitario. ma irene non è cristina. irene avrà avuto un’altra storia , un altro passato, un altro futuro.
    irene , però, è una donna che ha fatto una scelta che in qualche modo cerco di capire. non di giudicare. capire. e dato che so perfettamente cosa voglia dire rinunciare ad un bambino, mi chiedo come lei abbia fatto a rinunciarne a 15. e dato che conosco l’ansia che hai DOPO mi chiedo come lei ce l’abbia fatta 15 VOLTE DOPO.
    tutto qui.
    forse voi un bambino un bambino mai nato neanche sapete cosa voglia dire.
    buona serata.

  10. Se Irene fosse la normalità avrebbero molte chances gli antiabortisti. Forse parliamo in maniera normale di situazioni patologiche. Poi il compagno di Irene chi era, non si accorgeva di nulla? Continuo a condividere quello che dice Laura

  11. io invece condivido il commento di Cecilia. letto l’articolo ho provato fortissima la sensazione del nulla. del vuoto a perdere.
    io, che ho applicato la cura laura in maniera estrema e non ho bisogno di lezioni in questo campo , difronte a questa storia ho avvertito la compassion, la voragine della disperazione, della solitudine estrema.
    ma ripeto, probabilmente per riuscire ad avvicinarsi a quel numero bisogna sapere cosa vuol dire un bambino mai nato.
    e sto imparando che le mie soluzioni drastiche, totalizzanti, non sono applicabili a tutti.
    questa mi pare una gran bella cosa.

  12. io no intendo dar lezioni a nessuno perchè non ne ho titolo e non sono capace, ma provo angoscia per le due bimbe che ci sono, perchè loro non hanno scelta.
    non è logica, è pancia, si capisce questo?

  13. confesso che non capisco e neppure posso cercare giustificazione nel mio essere uomo. L’aborto non è un anticoncezionale, ma mi pare non sia questo il problema. Viene evocata Medea e la pazzia dell’amore, ma pur sempre di pazzia si tratta e come tale va trattata, con comprensione, conpassione (patire con), ma qualche problema quel rapporto d’amore con 15 aborti lo doveva pur avere. Le donne vivono la maternità in modo totalmente differente rispetto agli uomini, sono d’accordo, non potrebbe essere altrimenti, ma le donne non hanno un monopolio sui sentimenti amorosi profondi, fanno cazzate come gli uomini. E poi a tutto c’è un argine, che da sempre condividiamo Cristina, si chiama dignità ed è quello che fa fare scelte dolorose. Spero che la signora dopo aver lasciato abbia trovato quello che cercava e che soprattutto questi due bimbi possano crescere amati nel modo giusto. Come dire, spero sia guarita.

  14. Il mio pensiero in riguardo penso che Willy lo abbia espresso in modo impeccabile.

  15. Copio ed incollo dal sito di Irene Vilar.


    Summary

    Irene Vilar was just a teenager, a pliant young college undergraduate in thrall to a fifty-year-old professor, when they embarked on a relationship that led to marriage—a union of impossible odds—and multiple abortions. Vilar knows that she is destined to be misunderstood, that many will see her nightmare as a story of abusing a right, of using abortion as a means of birth control. But it isn’t that. Her nightmare is part of an awful secret, and the real story is shrouded in shame, colonialism, self-mutilation, and a family legacy that features a heroic grandmother, a suicidal mother, and two heroin-addicted brothers. Hers is a story that touches on American exploitation and reproductive repression in Puerto Rico. It is a story that looks back on her traumatic childhood growing up in the shadow of her mother’s death and the footsteps of her famed grandmother, the political activist Lolita Lebrón. Vilar seamlessly weaves together past, present, and future, channeling a narrative that is at once dramatic and subtle.

    Impossible Motherhood is a heartrending and ultimately triumphant testimonial of shame and servility as told by a writer looking back on her history of addiction. Abortion has never offered any honest person easy answers, and Vilar’s dark journey through self-inflicted wounds, compulsive patterns, and historical hauntings revisits the difficulties this country has with the subject and prompts an important, much-needed discussion—literary, political, social, and philosophical. Vilar’s is a powerful story of loss and mourning that bravely delves into selfhood, national identity, family responsibility, and finally motherhood itself.

  16. grazie Rob. L’articolo di rep raccontava più o meno queste cose, compresa tutta la storia della madre e della nonna.
    Io penso Laura che non ci sia da temere per quelle bambine, nate dopo anni di analisi…penso che siano state molto attese e molto desiderate.
    Certo che le donne fanno cazzate, Willy. Quello che ho voluto separare parlando di Irene è la questione 15 aborti, senz’altro molto difficile da condividere e molto vicino all’idea di Laura, dalla sofferenza che Irene si è autoinflitta, e dalla solitudine enorme , dilagante, come una voragine, in cui si è immersa, come ha scritto Cecilia.
    quella è stata la sensazione che io ho provato leggendo la storia di Irene. Non mi sono preoccupata delle bambine , che sono arrivate dopo un percorso di uscita da quel pozzo, nè che razza di rapporto avesse lei con quel maiale di prof. Mi sono solo fermata, per un attimo in quel pozzo.
    tutto qui.

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