Archivi del mese: marzo 2013

Si, sto bene, grazie.

Si, sto bene, grazie.

Sto bene come si può stare bene mediamente, con i giorni veloci e quelli lenti. Sto bene perché amo stare bene, perché stare bene fa bene.

Mi hai detto tu che sei scrittrice scrivi sullo stare bene. Potrei fare come Quenau e scrivere tutto un pezzo senza la A o senza la O, e poi scrittori lo siamo di diritto, come santi e navigatori, e anche puttanieri e troie hanno detto quei signori .

Quindi stare bene è un bisogno primario e come tale cerco di soddisfarlo, di tirare righe su parole sbagliate e sogni agitati, penso che domani qualcosa succederà a rimediare un oggi svogliato, e che sono fortunata a non avere malanni, guai, figli degeneri e amori squassanti.

E poi scrittrice. Imbratta fogli, braccia strappate all’agricoltura, direi. Però, ti devo confessare, più passa il tempo più sto ad ascoltare encantada le voci che si rincorrono nella mia testa, sono i personaggi che ballano il fox trot, li ammazzo ogni tanto, poi invece vivono, sto allargando le frasi, c’è un embrione di ben sette cartelle, e mi fa stare bene.

Scrivo nella testa, cancello furiosamente, quando arrivo ad appoggiare le dita sulla tastiera ho già tutto sulla punta della lingua e furiosamente picchio sui tasti, che si spiccino.

L’amore quieto, dei dieci anni passati, mi fa stare bene , perché non ho più l’età e la voglia di correre dietro a bandiere fiammeggianti.

Correrei a Samarcanda, a scrivere con Fois avessi duemilacentocinquanta euro. Ma ci pensi che meraviglia, che stupore, un viaggio laggiù con uno scrittore e quindici imbratta carte, a scrivere sui massi, per terra, là dove passavano le carovane dell’Asia, là dove la Storia diventava bambina.

Sto bene, si.

Grazie

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ohibo’

suona il cellulare. il numero non lo riconosci, rispondi e senti una voce che arriva da molto lontano. dalla tua vita altra, quando eri un’altra te. un’amica, più di un’amica, che per qualche motivo oscuro non senti da almeno nove anni, forse anche di più.

ohibò 

non le chiedi perchè, e neanche cosa vuole, ascolti la sua voce mielosa e bassa che ti attira nel fiume dei ricordi, dell’infanzia delle bambine, di quando pensavamo di essere felici e invece eravamo già segnate come dead women walking, fai domande e ottieni risposte, anche brutali, le domande, e anche sincere le risposte.

ohibò.

in fondo ti aspetti,  e la domanda inespressa rimane inespressa, un invito per un caffè, una pizza, un filo da riannodare.

e mentre lei parla tu ti chiedi dove stiano andando quelle parole, quale siano la loro strada, e segui l’onda, che in fondo ci sono anche dei perchè ? che si possono omettere.

ma

arriva l’ora di concludere, arrivare al caffè , alla pizza, ti aspetti quello da un fantasma che torna, ti aspetti il fil rouge da afferrare e riannodare

ma

inizia un cincischiamento, un blaterare senza senso, non posso proprio spiegarti al telefono, dovresti venire in questo hotel a sentire, è una cosa interessante, al cellulare oddio no…….

mi dispiace io al lunedi seguo un corso d’inglese all’unipop

ah.

il ritmo accelera, non è più importante sapere come stai o che strada fai al mattino per andare in ufficio, neanche come porti i capelli ora.

avrei dovuto essere un multilevel, probabilmente

ma io il lunedi vado ad inglese.

una gran bella fortuna, eh.